Germania, Polonia, Paesi Bassi e Belgio si uniscono alla Francia nel chiedere all’Unione europea un nuovo strumento commerciale che permetta di imporre dazi con maggiore rapidità contro le importazioni cinesi, ricalcando il modello usato dall’amministrazione Trump per proteggere l’industria americana. La richiesta sarà presentata al vertice dei leader europei a Bruxelles che si apre giovedì, secondo quanto riferito al Financial Times da quattro diplomatici dell’Unione.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto il mese scorso di creare una versione europea della Sezione 301 statunitense, lo strumento che consente a Washington di imporre dazi o quote all’importazione contro qualsiasi paese ritenuto responsabile di pratiche commerciali sleali. Il sostegno a un nuovo strumento di questo tipo, il cui perimetro non è ancora definito ma che dovrebbe proteggere l’industria europea dalle importazioni cinesi e favorirne la diversificazione delle catene di fornitura, sta crescendo rapidamente mentre l’Unione fa i conti con un deficit commerciale sempre più ampio nei confronti di Pechino.
Secondo quanto riportato dal FT, un alto diplomatico europeo ha spiegato che, oltre a uno strumento di diversificazione, servirebbe anche una misura più direttamente protettiva, da attivare nei casi in cui un paese terzo detenga una posizione dominante superiore al 40 o 50% del mercato in un settore considerato strategico per la sicurezza economica europea. Lo stesso diplomatico ha osservato che lo strumento più potente già disponibile, la misura di salvaguardia, applicandosi a livello globale, avrebbe causato danni collaterali ingenti.
Un esempio citato è la recente decisione di proteggere il settore siderurgico dimezzando le importazioni a basso dazio e applicando una tariffa del 50%, che ha irritato anche alleati legati all’Ue da accordi di libero scambio: secondo la fonte diplomatica, la misura contro la sovraccapacità non era sufficientemente mirata e ha finito per colpire anche partner come Svizzera, Regno Unito, India e Giappone.
Un secondo alto diplomatico, sempre citato dal FT, ha aggiunto che lo strumento anticoercizione già esistente nell’arsenale europeo, più mirato ma mai utilizzato finora, si è rivelato difficile da applicare nella pratica, da cui la necessità di un nuovo strumento di difesa commerciale. La stessa fonte ha descritto un cambiamento di approccio nei confronti di Pechino, sostenendo che l’Unione resta favorevole per principio al libero scambio e al sistema dell’Organizzazione mondiale del commercio, ma non è più disposta a ignorare quanto previsto dal piano quinquennale cinese, descritto come una strategia che punta a ridurre le importazioni e a sussidiare la sovraccapacità produttiva per scaricarla sui mercati europei. Secondo questa fonte, tale dinamica metterebbe a rischio metà dell’industria e delle imprese europee, una percentuale che in alcuni Stati membri salirebbe al 70%.
La Commissione europea, che gestisce la politica commerciale dell’Unione, ha dichiarato che valuterà nuove misure di difesa commerciale, incluso uno strumento di diversificazione che obbligherebbe le aziende ad approvvigionarsi da fonti multiple per ridurre la dipendenza dalla Cina in settori come le terre rare e le batterie per veicoli elettrici. Secondo l’Ocse, Pechino fa un uso massiccio di sussidi statali, un’accusa che il governo cinese ha sempre respinto.
I diplomatici interpellati dal FT hanno osservato che l’aumento della disoccupazione e le chiusure di fabbriche nelle ultime settimane hanno irrigidito gli animi in diversi Stati membri. Resta tuttavia una certa riluttanza a inasprire i toni in alcune capitali molto aperte agli investimenti cinesi e preoccupate per possibili ritorsioni da parte di Pechino. Due anni fa, gli Stati membri avevano votato con un margine ristretto a favore dei dazi sui veicoli elettrici per presunti sussidi statali cinesi: da allora, la Cina ha alzato i dazi sulle importazioni alimentari dall’Ue e ha limitato le proprie esportazioni di materie prime critiche. I paesi che sostengono il nuovo strumento vogliono ora attribuire maggiori poteri alla Commissione, in modo da poter superare le resistenze interne che finora hanno frenato un’azione più decisa.
La presidente della Commissione Ursula von der Leyen, dopo i colloqui al vertice G7, ha dichiarato che l’Unione deve rafforzare la propria resilienza nella manifattura, nella tecnologia, nell’energia e nella difesa, creando le condizioni perché l’industria possa prosperare e dotandosi degli strumenti adeguati per proteggere il proprio mercato quando necessario.
A marzo, il primo ministro belga Bart De Wever aveva scritto una lettera a von der Leyen chiedendo un’azione urgente contro quella che ha definito la minaccia sistemica rappresentata dalla Cina, pur consapevole dei possibili rischi di ritorsione. Nella lettera, De Wever sosteneva che l’Unione fosse giunta a un punto di non ritorno in cui sarebbe necessario compiere scelte difficili nel breve periodo nei confronti di Pechino, per proteggere nel lungo periodo le industrie, le economie e il benessere dei cittadini europei.

